Archivio Musica

“Considerate le componenti – e non sono poche – che riguardano la canzone, il nostro diventa un po’ il ruolo del regista. Hai la melodia, l’armonia, l’orchestrazione, il testo, l’interpretazione… e tutto questo deve confluire in un’unica dimensione, quella appunto della canzone – che ha lo scopo di emozionare. Quindi è un’arte piccola, se vogliamo, ma estremamente complessa. Tanto è vero che nessuno di noi può definirsi ‘musicista’, perché nessuno di noi è uscito dal conservatorio, nessuno di noi può definirsi ‘poeta’, perché nessuno di noi ha fatto specificamente gli studi idonei per diventare poeta (di solito i poeti hanno una laurea in lettere). Quindi fai proprio il ‘regista’: questo è il nostro compito, il nostro mestiere” (Fabrizio De André, 1997)



A night like this

Musica | 9 Mar 08 | 11:37 pm

Una settimana fa ho finalmente avuto l’occasione di vedere, dopo 7 anni che lo desideravo, un concerto dei Cure – sicuramente il gruppo che più ha segnato la mia malinconia adolescenziale. Tutto esaurito al Palasharp, con i soliti bagarini all’esterno per la compravendita di biglietti a prezzi stellari ed una lunga coda di persona con le più variegate facce ed abbigliamenti (dal quindicenne imberbe al fan attempato con capelli alla Robert Smith e rossetto sbavato, dalla ragazza in perfetto stile dark al trentenne vestito casual) – che testimoniano quanto i Cure, in quasi tre decenni di onorata carriera, siano riusciti ad arrivare con la loro musica dritti al cuore di un pubblico così eterogeneo.

Dopo un gruppo di apertura talmente insignificante da averne dimenticato il nome (pur avendolo già sentito nominare quando si sono presentati), che ha proposto musica strumentale di un rumore fine a se stesso, alle nove meno un quarto spaccate sono saliti sul palco Robert Smith e compagni. La composizione del quartetto con cui i Cure hanno affrontato questo tour va assolutamente sottolineata per due motivi: per il ritorno di Porl Thompson alla chitarra, che insieme a Smith e al mitico Simon Gallup, ha ricostruito il nucleo della formazione che ha registrato alcuni degli album migliori dei Cure (da “The Head on the Door” del 1985 a “Wish” del 1992); e soprattutto per l’assenza delle tastiere, unico elemento stonato della serata, che si è fatta sentire tantissimo soprattutto nei brani più pop di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” (una irriconiscibile “Why Can’t I Be You?” in particolare) e quelli più atmosferici di “Disintegration” (“Lovesong” e “Lullaby” su tutti). Ma a parte questo dettaglio, seppur non di poco conto, non posso che affermare che si è trattato di un concerto entusiasmante.

I Cure sono sempre stati un gruppo generoso dal vivo e nemmeno questa volta si sono risparmiati, suonando la bellezza di 36 canzoni (!) per un totale di 3 ore: in assoluto il concerto più lungo che io abbia mai visto, sembrava davvero non finire mai. Una cosa che ho sempre apprezzato dei loro live è il fatto di andare a ripescare canzoni da tutte le fasi che hanno attravversato, da quella new-wave di “Three Imaginary Boys” al dark nerissimo di “Pornography”, dal synthpop di “Japanese Whispers” al pop scintillante di “The Head on the Door”, per finire con le sinfonie di “Disintegration” e le eccezionali melodie di “Wish”… senza rinnegare quindi nessun album precedente e accontentando senz’altro tutti i gusti dei fans presenti. In più, nonostante una presenza scenica decisamente retrò e una timidezza che è un marchio di fabbrica, Smith mi ha sorpreso per la sua grandissima forma nel canto. Gallup (eccezionale) al basso e Thompson (anche lui magnifico e sempre un po’ sopra le righe) alla chitarra hanno fatto il resto.

Il momento per me più emozionante è stato sicuramente l’apertura con “Plainsong”, che è da anni tra le mie canzoni preferite di tutti i tempi, su cui non ho potuto trattenermi dalle lacrime – visto che ha segnato momenti davvero molto significativi e toccanti della mia vita. Mi sono commosso anche su “Pictures of You”, mentre ho provato un liberatorio senso di gioia su “Friday I’m in Love” e “Just Like Heaven” e un senso di orgoglio per quello che stavo ascoltando durante “A Forest” e “One Hundred Years”, due canzoni tra le più importanti del dark dei primissimi anni Ottanta. I tre encore poi sono stati davvero fenomenali: il primo tutto incentrato sul meraviglioso “Seventeen Seconds”; il secondo come ensemble dei loro migliori pezzi pop, con tutto il pubblico a cantare a squarcia gola su “The Lovecats”, “Inbetween days” e “Close to Me”; il terzo, quello che ho preferito, con i tre pezzi che hanno lanciato i Cure: in ordine, “Boys Don’t Cry”, “10.15 Saturday Night” e “Killing an Arab”. Per chiunque abbia un minimo di cultura musicale, non credo sia il caso di ripetere. Il pubblico, relativamente calmo durante il resto del concerto, ha iniziato a muoversi e anche io mi sono fatto travolgere dalla totale essenza new wave di quelle canzoni. Avevo gli occhi chiusi, l’onda delle persone mi trasportava, e in quegli attimi per me era il 1980. In una parola: magico.

The Cure live in Milan 2008



Amen

Musica | 6 Feb 08 | 1:22 am

La scorsa settimana è uscito uno dei più bei dischi italiani di questo decennio (forse insieme a “Quello che non c’è” degli Afterhours e “Socialismo tascabile” degli Offlaga DiscoPax, per quanto mi riguarda): si tratta di “Amen” dei Baustelle – gruppo di Montepulciano trapiantato a Milano, giunto al quarto album, e di cui avevo apprezzato tantissimo il precedente “La malavita” nel 2005.

A metà gennaio ero rimasto un po’ deluso dal singolo “Charlie fa surf”, che sentivo in rotazione ovunque e mi sembrava abbastanza piegato a certe logiche mainstream (ma l’ho rivalutato inserito nel contesto dell’album, e non ne avevo assolutamente colto l’ironia e il riferimento artistico a “Charlie don’t surf” di Maurizio Cattelan). Oggi ho ascoltato tutto d’un fiato questo loro nuovo lavoro e sono rimasto veramente impressionato dalla freschezza delle melodie, dalla bellezza barocca degli arrangiamenti, dai testi così originali e zeppi di citazioni colte e meno colte (da Baudelaire ai CCCP, da Luigi Tenco a Leibniz, passando per il Tenente Colombo!), dal loro ricordare a tratti la new-wave da liceale a tratti il De Andrè più lirico o il Battiato più – apparentemente – nonsense. E il tutto riuscendo a non sembrare pretenziosi e a far trasparire una grande onestà artistica ed intellettuale.

In più, oltre una sfrontatissima “Il liberismo ha i giorni contati” e una irresistibile (e sì, Cicciuzzo Battiato avrebbe scritto volentieri una canzone così!) “Antropophagus”, vi ho trovato due piccoli grandissimi capolavori. “Alfredo”, tanto struggente e sincera quanto arguta, dedicata al piccolo Alfredino Rampi, morto in un pozzo artesiano nel 1981: per ricordarci che allora vedere la morte in diretta tv sconvolse l’intero paese, oggi tra un Cogne e un Garlasco non ci si fa quasi più caso nel continuo reality-show che i media ci propongono. E la traccia finale, “Andarsene così”, una stupenda elegia su una base orchestrale che mi sembra uscita da “Strangeways Here We Come” degli Smiths. L’ho sentita subito mia, e non mi vergogno a dire che questa canzone oggi mi ha fatto piangere.

Sarebbe splendido amare veramente
riuscire a farcela e non pentirsi mai
non è impossibile pensare un altro mondo
durante notti di paura e di dolore
assomigliare a lucertole nel sole
amare come Dio, usarne le parole

Sarebbe comodo andarsene per sempre
andarsene da qui… andarsene così


Complimenti di cuore ai Baustelle per questo album, che forse riuscirà ad avvicinare qualche persona in più ad una musica pop non banale, colta e – soprattutto – con qualcosa di intelligente da comunicare.



Nessuna sorpresa

Musica, Pensieri | 30 Jan 08 | 2:41 pm

No Surprises
Le Réservoir, 3 luglio 2003



Un cuore pieno come una discarica
Un lavoro che ti uccide piano piano
Ferite che non guariranno

Sembri così stanco e infelice
Fa’ cadere il governo
Loro non parlano, non parlano a nostro favore

Io sceglierò una vita tranquilla
Una stretta di mano
Di monossido di carbonio

Senza nessun allarme e nessuna sorpresa
Nessun allarme e nessuna sorpresa
Silenzioso
Silenzioso

Questo è il mio ultimo attacco
Il mio ultimo mal di pancia
Senza nessun allarme e nessuna sorpresa
Nessun allarme e nessuna sorpresa
Per favore

Una casa così carina
Un giardino così carino
Nessun allarme e nessuna sorpresa
(Fammi fuggire da qui)
Per favore



Cè serèn, tèra scùa

Musica, Varie | 29 Jan 08 | 1:37 am

Stasera mi è successa una di quelle cose che mi trasmettono tanta gioia di vivere. Per recarmi a casa della mia cara sorella ho preso un taxi in Porta Lodovica – visto che nella circonvallazione interna di Milano il tram ormai non passa più da settimane – e, una volta detto l’indirizzo al tassista, un uomo di mezza età dai capelli brizzolati, ho subito riconosciuto la musica che proveniva dallo stereo della macchina. Ho esclamato immediatamente “A Cimma di De André!”… e lui, un po’ sbigottito, ha chiesto una rassicurante conferma: “Conosce?”.

F: Le Nuvole! Credo che quest’album sia il mio primo ricordo musicale serio, lo ascolto da quando avevo cinque anni e ci sono cresciuto…
T: Ah che bello! In realtà questa è una versione live!
F: Il disco live del 1991… meraviglioso!
T: Ma allora è proprio è un appassionato?

Gli ho raccontato di quanto fossi legato a De André, per sensibilità, per visione del mondo, per il legame (per lui acquisito, per me ancestrale) alla Gallura. Da quel momento abbiamo iniziato a parlare come se ci conoscessimo da sempre, e, in poco meno di cinque minuti, abbiamo saltato nel discorso da quanto fosse sottovalutato “Storia di un impiegato” al modo iper-umano in cui ha affrontato il suo rapimento ne “L’indiano”, dagli ultimi concerti prima della sua morte (per regalo divino ho avuto la fortuna di vederne uno quando avevo 13 anni) al percorso turbolento del figlio Cristiano, e così via.

Ad un certo punto il tassista mi dice di aver avuto la fortuna di trasportare due volte De André per le vie di Milano, e mi ha raccontato una storia bellissima. Nel 1984, appena uscito il capolavoro dei capolavori “Creuza de Ma”, il tassista riceve una chiamata da via Albani – dove De André abitava. Era proprio lui, che si stava recando in via Vittadini – a due passi dalla mia casetta – per incontrare Mauro Pagani. Il tassista mi ha raccontato quanto Fabrizio fosse riservato ma allo stesso tempo umano ed affabile; scambiarono due chiacchiere e il tassista gli fece capire di essere un grandissimo e attento ammiratore, non un semplice conoscitore del personaggio. De André gli chiese allora se avesse ascoltato il disco appena uscito, e il tassista rispose di non averlo ancora potuto acquistare. Faber gli chiese allora il suo nome e lo invitò allora a tornare il giorno successivo (e non più tardi, altrimenti si sarebbe dimenticato!) in via Albani, fingendo di essere “Maurizio il discografico!” in portineria, perché gli avrebbe lasciato una copia autografata dell’LP. Con la faccia di bronzo, Maurizio il tassista si presento nelle vesti del discografico a mezzogiorno del giorno seguente, e in portineria c’era davvero l’LP di “Creuza de Ma” per lui – che da quel momento è ovviamente stato incorniciato e appeso in una delle pareti della sua casa!

Io l’ho ascoltato sognante, finché non siamo giunti a destinazione, con il tappeto di archi e le voci narranti de “Le Nuvole” in sottofondo. In fondo dispiaceva ad entrambi essere arrivati, ma ci siamo stretti la mano e ci siamo sorrisi, compiaciuti dell’incontro. Sono certo che Fabrizio sarebbe stato fiero di noi per quei dieci minuti di splendida umanità.

… carne tènia nu fàte nèigra, nu turnà dùa