Ermeneutica – recensione di 6°

Scatola Nera
La reliquia post-atomica

L’album è un concept, narra la vicenda di un mondo-persona che nasce, cresce, si corrompe e muore in tragicommedia.

Nel primo pezzo siamo alla genesi della Scatola Nera. “Quell’anno ormai post orwelliano che ha irradiato vita su me” … “di un creato caotico”. Il soffio è quello dell’anno post-orwelliano, il soffio elettronico di una generazione, quella degli anni 80, inzuppata di quella nuova ossessione “sintetica”. Il brano regge decentemente il suo ruolo nell’architettonica dell’insieme. E’ un inizio e ha nell’inizio la sua parte migliore. Apre la narrazione, lancia la rete, cerca di catturare e in parte ci riesce… e in parte no. Manca l’accellerazione decisiva;, il cambio di passo, è un’inizio fermo, coglie bene l’inizio, ma non l’iniziare. Nel suo intercalare biblico l’album continua la narrazione per raggiungere il primo vero movimento; “Cappuccetto rosso” è un iniziare:

il corpo è in evoluzione
conoscerai piaceri nell’intimità
bambina mia
tra poco i tuoi occhi aperti al mondo
avran scoperto i giochi della nuova età

Siamo fin qui ancora nell'”Ottantacinque”, mentre finalmente nel passo successivo il pezzo decolla e trascina avanti i nastri della scatola nera.

cappuccetto è attratta e muove
passi incerti in libertà
respinge la sensazione
di un’infanzia ferma là
fuori dal bosco

Il secondo pezzo è uno dei migliori dell’album, spicca maggiormente l’originalità compositiva; è più consonante anche la sezione ritmica (eccetto l’attacco iniziale della batteria che forse avrebbe meritato più attenzione). Il pezzo è liricamente una delle chiavi delle idealità ad opera nella scatola. Vi è il numero di riferimenti concettuali più elevato dell’intera Scatola nera e di tutti i brani messi assieme. Alcuni di loro ritorneranno in altri pezzi.

novità
intimità
età
ingenuità
libertà
identità
diversità
verità
immensità

Il brano successivo è di corsa, forse quello in cui i volumi si scontrano maggiomente, ma forse, allo stesso tempo, uno dei migliori. L’attacco è finalmente dettato dal cuore ritmico e la velocità presa con “Cappuccetto Rosso” non sembra affievolirsi, ma anzi secondo le leggi del moto uniformemente accellerato continua ad aumentare fino a portarci sulle soglie dell’assurdità. Sì, nel pezzo si presentifica per la prima volta l’oblio del pensiero, l’incapacità di riportare all’immutabile il contingente, l’incapacità di trovare una connessione tra l’eterno e il mondano.

In “Filippica” si compie il peccato che si annunciava ed iniziava in “Cappuccetto Rosso”, la mela è stata colta ed ingerita. Si cede all’illusione di trovare il principio nel flusso dei vissuti:

e se mi sento ancora un po’ te
svanito negli anni ciechi
rimasto in foto dimenticate
qualcosa vorrà dire
su come gira il mio mondo
e sull’innocenza perduta in eterno

Con “Fari spenti”, arriviamo dentro il peccato, la luce della ragione si è spenta, la scatola nera si s-vela per ciò che è; la storia, la narrazione di un oblio, di un peccato. E’ la ri-velazione del peccato, è mostrare qualcosa che nel mostrare si nasconde. E’ la storia di una perdizione. Il pezzo è ancora più di “Ottantacinque” legato all’architettonica dell’insieme, è il pezzo in questo senso più vicino ad essere “colonna sonora”, struttura portante avente senso solo in quanto parte dell’insieme.

Affianco ad esso abbiamo il brano “luce causa sui” dell’album, dal punto di vista inerente strettamente il suo effetto estetico, l’antitesi del precedente. “Carlita’s way” è il pezzo più semplice nella struttura musicale, ma più genialmente congeniato dell’insieme. L’unico che con assolutezza può anche fare a meno del resto. E’ il nucleo narrativo ed estetico della scatola che si autoriflette, creando tutto il movimento dell’intero che lo circonda; è in questo il principio inconcusso dell’opera. La ritmica è finalmente perfetta nella sua semplicità, i suoni sono posti con cadenze impeccabili ed affettano puntualmente, con precisione chirurgica, i nostri sensi.

infedeltà
realtà
verginità


Concettualmente ricca nelle liriche, la canzone ci partecipa della consapevolezza della peccaminosa infedeltà della realtà rispetto alla purezza, alla verginità della verità. Si è consapevoli dell’oblio.

In “Bianco sposa” si manifesta in vesti inaspettate ciò che Carlita’s way annunciava, “eppure inaspettate circostanze-mi avevano legato a te”, la simbologia sacrale di tutto l’impianto dell’album qua è ormai chiara. Lo smarrimento, l’oblio ha preso le vesti della falsa purezza femminile per nascondersi. Il pezzo è di pregevole fattura, ma non lascia segni indelebili, un passo che non poteva mancare nell’economia dell’insieme, ma pur sempre accessorio. Il rientro dopo 1:50 testimonia una capacità di dare ritmo, di staccare, che avrebbe aiutato anche altre parti dell’album.

“Ciò che ho scritto di noi”, il vertice poetico nel narrare la sofferenza per qualcosa che ormai si è sciolto, ovvero il legame insolubile tra verità e realtà, realizza l’era della redenzione. Siamo vicini a ripercepire la luce. E’ la canzone forse più pop dell’album, molto “influenzata” ma non per questo meno bella. Una piccola gemma incastonata nel mosaico dell’opera. Le influenze musicali si fanno sentire forse più che altrove, ma il “gloria” di redenzione di “Ballo per la fine” ti trasporta, ti trascina a dovere nel richiamare quell’innocenza appena perduta. Segna la gloria di quel mondo ormai perduto, distrutto dalla scissione violenta dei legami di identità.

“Vladivostok” è il nuovo mondo? O è forse il vecchio mondo? E’ scisso? E’ legato? E’ ciò che resta dell’esplosione atomica che ha spazzato via tutto? E’ forse tutto questo? E’ una ricostruzione tramite l’immaginazione di un mondo che ora non c’è più, ma che si ripresenta grazie allo sforzo immaginativo. Ma l’esperienza ha reso labili e sfuggenti i richiami una volta solidi tra realtà e verità, il mondo appare confuso, siamo in un presente assente. Il pezzo è geniale, uno dei vertici dell’album, anche se pur in maniera diversa da “Ballo per la fine” non è l’apice di originalità compositiva gia mostrato in altri momenti.

“Scatola nera” è l’ultimo atto della narrazione. E’ la resa esplicita di molti dei contenuti impliciti dell’album. E’ la confessione finale della sofferenza che matura, nel cercare la propria identità, nell’essere differenza.

ma non ho scelto io questa solitudine
ho cercato mille volte
di cambiare la mia sorte già segnata
e di adattarmi agli altri
fingere nella mia diversità
spezzarmi nella mia fragilità

In questo viene ravvisata la soglia dell’abisso, di quel destino ineluttabile, di quel frammento della fine che è la morte, sentita come differenza assoluta a cui è teso il mondo-persona.

tutto ciò prima o poi dovrà finire per davvero
nel momento in cui il silenzio sfumerà
in un vortice di oscurità assoluta
ai miei occhi sarà finalmente chiara la realtà

Ma già dalla prima frase si intuisce chiaramente [tutto ciò prima o poi dovrà finire per davvero] la tragicomicità di tutta l’opera; il narrare una morte, un peccato, un perdizione descritta come fatale, ma che nell’essere possibile nella narrazione segna la sua, almeno momentanea, “finzionalità”. Il pezzo ha nella ritmica quasi tribale dell’inizio e nel battito finale le parti migliori. La melodia, che veste con tessuti vellutati Scatola Nera, ha una de-cadenza ossessiva, perfetta per essere La finale. La nostra reliquia si conclude così, con quella veste Nera che le da’ il nome.


Febbraio 2007